Tagli alla scuola 2027: risparmi irrisori, danni profondi anche ad Eboli. Eppure la scuola è l’infrastruttura sociale che ci serve.
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Il disegno di legge di Bilancio 2027 (nella sua versione attuale) taglia quasi 7.000 posti dalla scuola italiana (4.925 docenti e 2.049 ATA, art. 66). Cumulando con le riduzioni già previste dalla manovra 2025, si arriva a circa 15.000 posti in meno su tre anni. L’obiettivo è fare cassa: 83,9 milioni nel 2027 e 251,7 milioni annui a regime.
Per misurare le priorità in questo momento, il taglio vale solo il 5% di quello che invece si investe di più in spese per la difesa: 4,5 miliardi. Il tutto in un Paese che per l’istruzione spende già il 4% del PIL contro una media europea del 4,7%.
Secondo una stima (da prendere come tale), in Campania i tagli rischiano di tradursi in circa 1.760 posti di lavoro persi; di questi, facendo una proiezione indiretta, 330 in provincia di Salerno. Si legga bene, non sono dati ufficiali: l’impatto effettivo può variare in entrambe le direzioni e in peggio, perché al Sud il calo demografico è più marcato e la ripartizione finale seguirà le iscrizioni.
Il paradosso è che dovremmo fare esattamente il contrario: investire per potenziare la scuola pubblica come ossatura sociale. I dati ISTAT 2026 fotografano un Paese che scarica sulle donne il lavoro di cura: 4 ore e 44 minuti al giorno delle donne per il lavoro familiare contro 2 ore e 6 degli uomini. Un divario che resta quasi intatto (4h10 contro 1h48) anche nelle coppie dove entrambi lavorano. In Campania la copertura dei servizi per la prima infanzia è al 15,4%, ultima in Italia insieme a Sicilia e Calabria, contro il target europeo del 33% e l’obiettivo 2030 del 45%. Nel 2025 l’Ispettorato del lavoro ha convalidato 59.770 dimissioni di genitori nei primi tre anni di vita del figlio: il 67,9% sono madri, e oltre 15.000 donne hanno indicato come motivo l’assenza di supporto e la difficoltà di conciliazione per carenza di servizi.
È qui che l’argomento dei tagli mostra tutta la miopia. La risposta al fabbisogno di cura non sono i voucher, quanto piuttosto le scuole potenziate: aperte al pomeriggio e alla sera, con laboratori attivi, servizi estesi nel periodo estivo, presidi educativi sul territorio dodici mesi l’anno. Il 97% del bilancio del ministero è spesa per il personale: potenziare la scuola significa assumere persone, e tagliarla significa eliminarle. Nessuna misura bandiera può sostituire ciò che una scuola aperta fa per una famiglia che lavora, e per una donna che oggi si trova da sola a farsi carico dei figli per la maggior parte del tempo.
Purtroppo la logica di chi governa è un’altra: recuperare risorse comprimendo persone e qualità, per destinarle a misure immediatamente visibili e comunicabili. Il consenso si costruisce con annunci fatti per piantare la bandierina e post sui social. E si portano avanti discorsi aziendalistici legati all’ottimizzazione.
Tagliare docenti o personale ATA non è ottimizzazione. Chiudere e accorpare plessi non è efficienza.
La scuola è ossatura sociale, forse l’unica che tiene in tanti comuni d’Italia. Il ruolo che davvero le spetta (e che oggi mantiene solo grazie alla dedizione di chi ci lavora) andrebbe potenziato, non compresso. Come cittadini, come elettori, chiediamo ai nostri politici un cambio di atteggiamento sulla scuole. Andiamo oltre gli annunci e i feed, e chiediamo interventi strutturali per il futuro: e la scuola, di quel futuro, è l’infrastruttura più importante che abbiamo.
Michele Mondelli
[comunicato stampa]